Prima c'era luce. Poi lentamente il buio ha vinto, e con esso il silenzio di queste pagine che un poco alla volta si sono impoverite di me. Le parole e i pensieri hanno iniziato a diventare banali, e così le associazioni ed i giochi mentali che mi piaceva tramutare in segni colorati. Ha vinto il disgusto di essere letta da persone che hanno deciso di fare di me un terreno calpestabile a piacimento. Di fare dei miei sentimenti e del mio sangue un grumo di sporcizia attaccato alle loro suole. Oggi però, non voglio fare delle mie, parole sibilline lanciate come coriandoli in una giornata di vento. Le ultime parole che scrivo qui hanno un nome ed un cognome, e così le persone. Sì, oggi faccio nomi anche se il cuore accelera un po'.
E parlo di te, Marzia.
E parlo di te, Elisa.
E parlo di chi si copre dietro il paravento di emozioni e rispetto, ed invece ha solo torbido, sotto la pelle.
Voi che avete riso alle mie spalle, perchè guardandomi negli occhi non avreste mai avuto il coraggio.
Voi che avete pensato di fregarmi, che io non vedessi le misere pozzanghere in cui sguazzavate.
Voi che non avete capito che io avevo visto ancor prima, che sapevo, ma che nonostante tutto ho fatto un regalo grande a ciò che era l'ogetto delle vostre mire, la libertà.
Intendendo i rapporti così diversamente dalla meschinità delle proibizioni e dei sotterfugi.
Ed ora il mio dolore, che è causa vostra, so portarmelo in tasca come si fa con le monete, contando per vedere quanto ne rimane, e quanto se ne è lasciato sulla via.
Ma non voglio che quegli occhi continuino a venire qui a cibarsi di una vita per cui non hanno serbato importanza. Non voglio che le mie parole imputridiscano nell'impossibilità di scrivere, inibita da un sano desiderio di protezione.
E' troppo facile così.
E mortificante per me.
Del resto ogni "modo" ha la sua linfa, e questa piccola casa che volevo immune dal mondo che mi lasciavo dietro le spalle, forse, ha esaurito la sua.
Camminavo, e mentre uno sguardo cadeva in terra ho visto un mazzo di carte stracciato. Ne ho presa una, a caso. Era un mezzo due di cuori.
L'altra metà è dentro di me, è nei posti che vivo, e nello specchio di quello che guardo o non so guardare.
Me la vado a prendere senza lasciare traccia.
Libera.
Per chi ha amato queste parole, non dimenticatele.
"sono una tela di ragno sospesa
sono l’acqua che stagna marcita
sono la crosta di sangue che piaga una vecchia ferita
sono una mosca che sporca il bicchiere
sono la brace che brucia il cuscino
sono una sveglia che suona sbagliata di primo mattino
e sono un cane che abbaia di notte
sono vernice che macchia il vestito
sono un treno arrivato in ritardo che tutto è finito
e sono rogna, patema, imbarazzo
sono un grumo di sale nei denti
sono la chiave lasciata e l’ufficio che ha chiuso i battenti
sono ruota finita in un fosso
sono singhiozzo che viene e non passa
sono l’anello prezioso perduto nell’acqua più bassa
sono martello sul dito e sul muro
sono una lettera che non arriva
sono l’inutile cosa buttata che adesso serviva
sono la coda nel posto sbagliato
gatto nero sull’itinerario
coincidenza perduta partita da un altro binario
sono la mano sudata che stringe
sono zucchero al posto del sale
sono l’amante tenuta segreta che chiama a Natale
scarafaggio che ti sale addosso
sono rovescio che non ha medaglia
sono l’ago trovato col piede in un mucchio di paglia
sono biglietto vincente e perduto
rubinetto che cola una goccia
sono saliva sputata che arriva e che offende la faccia
sono una porta che sbatte sul naso
sono rifiuto da chi non t’aspetti
sono vergogna privata finita alla gogna di tutti
sono la mano sinistra del caso
sono silenzio che gela un saluto
sono soccorso che arriva correndo ma a tempo scaduto
sono la cosa che voglio e non posso.."
Il tabacco inizia a stillare nel sangue, l'attenzione immediatamente si fa più acuta. Ti penso, piccolo principe,oggi. Più degli altri giorni. Ed ogni pensiero è un cilicio nella mia carne, come una penitenza per un peccato indomabile. Quando posso fuggo dai ragazzi della tua età, non concedo nè in sguardi nè in sorrisi; ma oggi intrappolata nell'auto non ho potuto. E vedere, sentire quei quattro piccoli idioti che si facevano grandi a suon di bestemmie e cazzate, mi ha inciso il cuore di tacche circolari che, come succede negli alberi, segnavano la tua età. Tu non eri così, non puzzavi d'alcol. La tua pelle aveva l'odore del rosa che finchè ha potuto tu ha colorato le guance, prima di lasciare posto al bianco. No, tu non eri così. Tu eri gentile. Eri una rosa del deserto in uno scenario di desolazione. Eri il mio amore più puro, quello che mai avevo provato e che non riesco a sentire per tua sorella, pure se mi maledico ogni giorno, ed anche ora che scrivo, per questo. Così oggi il tuo pensiero è più spesso e vero. E ricordo com'era bello tenerti la mano, anche alla fine, e correre cercando nei tuoi occhi i miei, e poi un segno d'intesa.
Ed ecco, inizia a piovere; sono delle grandi gocce d'acqua che nascondono il mondo in una bolla deformata.
Ed anche in me piove.
Mio piccolo pulcino.
Era il 5 aprile, e scrivo ora e tutto è ancora vivo e limpido. Ricordo esattamente, e già questo parrebbe un miracolo. Anna sta impazzendo, ma non mi fermo e non la fermo nelle pagine anzi, corriamo insieme ancora più veloci verso l'ultimo capoverso.
Cerco di dipanare il groviglio dello stomaco per mangiare parole, mi guardo nello specchio e fisso i mei occhi increduli, e le labbra che si tendono in un sorriso stropicciato. Sogno le stelle che le mie mani disegneranno ed allora molleri tutto immediatamente per abbracciare colla e pennelli.. E' un anno, ed è una cifra che riempie la bocca ed il cervello di uno stupore inusistato, di un'esclamazione felice. E' il sogno di una via lunghissima che taglia delle case colorate, e si perde in una vicolo che è dentro Roma pur non essendolo realmente, e ci rimanda a quando eravamo bambine impolverate di giochi e dolci in posti differenti.. E' un anno che mi sveglio con te di mattina, e bevo i tuoi baci prima del latte, e guardo aprirsi i tuoi occhi prima del giorno.. E' un anno che mi addormento con te di notte, che ti rubo profumi con le dita, e ti porto via pezzi di pelle nel mio piccolo giardino segreto.. E' un anno, ed io sono un po' in ritardo, ma corro veloce per vanificare le astuzie del tempo e dei tarli che rubano luce..
Io ti amo, e continuo a scrivere di te. Ad aspettare l'aereo che ci catapulterà dove tu sei stata, dove io ero una bimba, dove lasceremo i nostri primi passi "stranieri"..
"La mia ragazza è alta e ha lunghi sguardi duri,
si voltano a guardarla per i suoi occhi scuri,
si mangiano le mani quelli che non ce l'hanno
che l'hanno conosciuta e non la rivedranno,
la mia ragazza ha un figlio e lunghe calze nere,
si mette un dito in bocca prima di far l'amore,
si muove come il mare fra l'Africa e la Spagna,
voi non ci crederete: la mia ragazza sogna."
Poggio la matita sul foglio mentre tu sei su un sedile, sopra una rotaia che macina strada per portarti di nuovo qui. Magari stai guardando fuori dal finestrino, con le pupille dilatate ad assorbire ogni particolare incandescente. Spaciulla ronfa nell'incavo delle mie gambe, ne godo il calore e mi chiedo quanto tempo potrò. Non mi fa star bene l'idea che lei se ne andrà. I miei nervi vibrano ancora del ritmo delle note che stamattina sono giunte sfacciatamente al mio orecchio, portando in dote il precipitarsi dei battiti del tuo cuore. Non mi rimane che chiudere queste cianfrusaglie che cianciano un idioma noioso ed incomprensibile, sedermi sul ricciolo di una biscroma per lasciarmi sorridere e piangere questo gorgo di percezioni tanto perlacee da perdere di realtà..
Scrivo ad occhi chiusi, mentre i timpani riproducono melodie già sapute a memoria, imprimendo i pentagrammi in un piccolo stipite della memoria che, il tempo, la vecchiaia e la mia superba sbadataggine non cancelleranno.
Lo so, e non mi racconto diversamente per proteggerci, che ciò che ci avvince non è di questa vita......
È un macaco senza storia, dice lei di *me*, che gli manca la memoria in fondo ai guanti bui… ma il suo sguardo è una veranda,
tempo al tempo e lo vedrai,
che si addentra nella giungla,
no, non incontrarlo mai…
Ho guardato in fondo al gioco
tutto qui?… ma - sai -
sono un vecchio sparring partner
e non ho visto mai
una calma più tigrata,
più segreta di così,
prendi il primo pullmann, via…
tutto il reso è già poesia…
Dal finestrino dell'espresso si allontanano le linee delle tratte ferroviarie di Eurostar e Intercity. E' come essere scacciati da tempi umani di percorrenza e gettati nell'abisso di viaggi interminabili, che ti lasciano al mattino mal di schiena e silenzi pieni di cose da recuperare. Viaggi che ti fanno un po' sentire come figli di un dio minore.
Però c'è, scevra da tutto ciò, l'emozione del primo viaggio con lei, che ha deciso ancora di affidarmi i suoi giorni. E' bello trovarsi in un posto che non è casa nostra, non è Roma, sapendo di possedere un percorso comune che ci ha portate qui, senza che nessuna di noi due rimanesse sul binario a salutare di schiena il treno in partenza, assaporandone il fischio nella gola.
Con Milano l'impatto è stato reticente, il cielo è di quello spessore che tante volte ho immaginato. Stare in una città col cielo basso, popolata da abitanti scostanti. Sembra sempre che dietro le loro pupille sieda un giudice col martelletto in pugno, pronto a respingere ogni tentativo d'avvicinamento. Forse è questo senso di schiacciamento che fa desiderare di non essere destati dai propri pensieri, dalla propria vita, perchè il tempo è così subdolamente ingannevole, irragionevole, e poco.